30 Mar
30Mar

L'Odissea di Omero, uno dei poemi epici più celebri della storia, narra il lungo e complesso viaggio di Odisseo, caratterizzato da ostacoli, peripezie e tentazioni, e segnato dall'astuzia, dalla fedeltà e dalla nostalgia che il protagonista prova verso Itaca: la sua patria, sua moglie Penelope e suo figlio Telemaco. Nel suo viaggio viene tentato da Circe, che gli offre la magia, da Nausicaa che gli offre una vita serena e da Calipso, che gli promette l'immortalità e l'impossibilità di invecchiare. 

È quindi giusto affrontare il dolore del ritorno o accettare la felicità senza responsabilità? Accettando il dono di Calipso, Odisseo non avrebbe più nulla da desiderare. La nostalgia è quel sentimento che gli ricorda chi è: un re, un padre e un marito.

Mi sono sempre posta questo tipo di domanda. A primo impatto la scelta migliore da seguire sembrerebbe la felicità, ma credo che accettarla sia una sorta di "costrizione", in quanto il dolore viene percepito come qualcosa da evitare, e la felicità rimane l'unica scelta. 

Per questo credo che la vita offerta dalle tre donne sia apparentemente perfetta, ma che non dia valore alla sua personalità. La scelta della felicità nega l'identità, annullando ciò che eravamo, che siamo e che saremo, rendendoci sconosciuti sia al mondo esterno che a noi stessi. Affrontare, invece, il dolore del viaggio di ritorno alle proprie radici ci rende persone libere e complete. 

È per questo che sono convinta che sia meglio soffrire per qualcosa che amiamo piuttosto che accettare qualcosa che non ci appartiene: è nel momento in cui proviamo dolore che riconosciamo noi stessi, ed è grazie al dolore che abbiamo l'opportunità di cambiare.


Asia Pintore, 1 ^A

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