06 Nov
06Nov

Cari lettori, oggi mi trovo qui a parlarvi con un senso di profonda tristezza e rammarico dei disordini avvenuti in questi giorni in varie città italiane, soprattutto a Milano.

Secondo il mio punto di vista, infatti, c’è un limite sottilissimo tra il diritto di manifestare e l’utilizzo della violenza e, ancora una volta, questo limite è stato superato. 

In questi giorni le immagini trasmesse dai telegiornali sono state spaventose: abbiamo visto minorenni spaccare le vetrine dei negozi, rubare merci costose e scontrarsi con le forze dell’ordine. Quello che viene da chiedermi è: dove hanno imparato questi ragazzi che la violenza è legittima?

La risposta, secondo me, si trova nei social media, utilizzati ormai anche da ragazzi dagli 11 ai 15 anni, la cui giovinezza potrebbe non permettere loro di distinguere comportamenti giusti da quelli sbagliati. 

A questo punto vorrei farvi una domanda: secondo voi, i social media andrebbero vietati prima di una certa età? La mia risposta è affermativa: secondo me, non si dovrebbe poter accedere ai social media prima dei 17 anni. 

Parlo soprattutto ai genitori che, per non far sentire i propri figli esclusi dalla massa, permettono loro di scaricare Instagram e TikTok già da piccoli. In realtà, negando loro questo accesso, non li stanno isolando, ma proteggendo.

Voglio però farvi notare che dietro quei ragazzi che in questi giorni sono scesi nelle piazze vandalizzando alcuni negozi e utilizzando la violenza si cela il grido: «Io sono qui, questa è la mia voce, ascoltatemi!», rivolto alle grandi autorità. 

Oggi, infatti, molti ritengono che i giovani non siano capaci di concludere nulla e siano sempre attaccati agli smartphone. In realtà, i giovani sono pieni di sogni, idee per rendere il mondo un posto migliore e aspirazioni per il proprio futuro.

Infine ci tengo ad affermare che questi ragazzi dovrebbero affrontare un percorso di rieducazione, seguiti da professionisti come psicologi ed educatori, affinché comprendano la gravità delle loro azioni e capiscano che la violenza è un mezzo sbagliato per far sentire la propria voce.

Credo che questo percorso non debba basarsi soltanto sulle punizioni, ma anche sul dialogo e sulla comprensione. I ragazzi devono riflettere sulle conseguenze del proprio agire e comprendere che dietro ogni vetrina distrutta e ogni persona aggredita ci sono danni reali. 

Sarebbe importante coinvolgere anche le famiglie e le scuole, per aiutare i giovani a gestire la rabbia, a rispettare gli altri e a esprimere il proprio disagio pacificamente. Rieducare non significa giustificare la violenza, ma offrire l'opportunità di riconoscere i propri errori e di non ripeterli, costruendo così un futuro migliore per sé stessi e per tutta la società.

Vorrei concludere con una frase di Gandhi che mi ha colpito particolarmente: «Mi oppongo alla violenza, perché quando sembra causare il bene, questo è solo temporaneo, il male che causa è invece permanente» e ponendovi una domanda: Che cosa suscitano in voi queste notizie?


Beatrice Cicchinelli, 4D Liceo Classico

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