08 Jul

Quando un laboratorio di giornalismo diventa un percorso di consapevolezza e cittadinanza attiva


Accompagnare un gruppo di giovani studentesse e studenti alla scoperta del mondo giornalistico, fino alla composizione di articoli radicati nel territorio che abitano e attraversano ogni giorno, non mi sembrava un compito semplice.

Meno che mai in trenta ore distribuite ai margini delle lezioni curriculari, dopo giornate già dense, con il sacrificio di pomeriggi stanchi soprattutto per chi, pendolare, aggiungeva tre ore di viaggio a un progetto nuovo e ancora tutto da comprendere. A cosa sarebbe mai servito, si saranno chieste le 14 ragazze e i soli tre ragazzi.

E io stessa, nel preparare questo percorso, mi sono chiesta come si possano trasmettere i primi fondamenti di una professione che vive di spirito critico, curiosità, precisione analitica, intuizione ed empatia. Una professione che vive di domande prima ancora che di risposte; che richiede attenzione per le persone, per i luoghi, per le parole e persino per quei dettagli che uno sguardo frettoloso tende a trascurare.

Un mestiere che insegna ad ascoltare prima di giudicare, a comprendere prima di raccontare, a riconoscere che ogni storia custodisce una complessità che merita rispetto. Perché il giornalismo, prima ancora di essere un modo di scrivere, è un modo di guardare il mondo e di incontrare gli altri.

Grammatica di base, senza che fosse recepita come tale. Al pomeriggio poi!

Ho pensato allora che, come per capire la grammatica di una lingua è necessario conoscere il popolo che la parla ed il mondo che la frequenta, ho ritenuto che non avrebbe avuto senso parlare di costruzione della notizia o di elaborazione di un testo senza aprire il sipario sul contesto mediatico in cui viviamo, sul potere dei media e degli algoritmi che orientano le nostre navigazioni e condizionano pensieri e acquisti.

Né avrebbe avuto valore insegnare meccanicamente le cinque W senza comprenderne l'origine, la funzione, l'applicazione nella vita quotidiana, come se fossero lenti speciali da indossare per osservare il mondo con lo sguardo di chi vuole raccontarlo.

Uno sguardo capace di leggere fra le righe, di decifrare simboli, messaggi, titoli, campagne pubblicitarie, di riconoscere stereotipi e smascherare manipolazioni sempre più sottili, come accade quando si impara a interpretare il codice deontologico non come un insieme di norme astratte ma come un'etica dello sguardo.

Curiosa, sin dal primo giorno, ho davanti una classe vispa, attenta, curiosa, ricettiva. Un'occasione troppo preziosa per non proporre ciò che davvero li riguardava, il turismo, l'accoglienza, la cultura del territorio. Il progetto ambiva a costruire un Giornale del Borgo e ciascuna delle loro vite era già un frammento di borgo esteso, un pezzo di Planargia che studiano e vivono a Bosa.

Con la guida dolcissima e competente della professoressa Cristina Obinu, proponemmo alla classe di non scegliere temi astratti ma di partire dal territorio. Ogni articolo avrebbe raccontato una comunità, un luogo abitato, una realtà vissuta, descritta secondo le regole dell'arte ma calata nella loro esperienza, con quegli occhiali da cronisti indossati nel quotidiano.

Ne è nato un percorso sorprendente, entusiasmante, capace di andare oltre il risultato già notevole degli articoli finali. Ogni settimana affrontavo l'incontro con l'attesa di chi aspetta un dono e si mette in ascolto più che in cattedra. La stessa impressione l'hanno avuta i colleghi giornalisti ospiti del progetto, Alessandro Farina, storico corrispondente de La Nuova Sardegna per la Planargia e voce informativa di Radio Planargia, e Luca Contini, attualmente responsabile della comunicazione del comune di Macomer, che con generosità hanno condiviso testimonianze personali e professionali, i dietro le quinte, i pregi e i problemi del mestiere, le difficoltà e le soluzioni che ciascuno trova quando decide di imprimere la propria impronta al proprio lavoro. Perché questo, almeno spero, è emerso con chiarezza: il giornalista, oltre le regole tecniche e l'analisi del codice, ha un dovere di lealtà verso la realtà sostanziale dei fatti, un dovere che lo chiama a rispondere davanti al proprio Ordine, al Consiglio di disciplina, alla legge. Chi comunica liberamente in uno spazio libero risponde a sé stesso e, se necessario, alla legge. È una differenza sostanziale, non formale.

Gli articoli che leggerete nascono con il rigore di una piccola redazione di professionisti della comunicazione che ha lavorato con diligenza e rispetto per chi leggerà queste pagine. Raccontano fatti veri, verificati, costruiti secondo i principi di una scuola di giornalismo che ha trovato sulle rive del Temo una realtà scolastica illuminata, capace di offrire ai propri studenti un percorso alternativo, concreto e profondamente formativo.

In questa esperienza il giornalismo non è stato soltanto un insieme di tecniche e strumenti. È diventato un esercizio di cittadinanza attiva. Ha insegnato a guardarsi oltre gli stereotipi, a riconoscere sé stessi e il contesto in cui si vive, a ridisegnare i contorni di esistenze che possono cambiare quando si dispone di uno sguardo attento e della volontà sincera di comprendere.

Ha mostrato che esistono scelte da compiere e idee da rappresentare, e che saperle esprimere con educazione e fermezza costituisce una responsabilità verso la comunità. Ha fatto sperimentare il valore del confronto e della pluralità dei punti di vista, insegnando che le proprie convinzioni possono essere affermate con misura, ma senza rinunciare alla chiarezza. La maturità civile nasce proprio da questo equilibrio tra ascolto e capacità di prendere posizione.

L'analisi e l'autoanalisi hanno offerto alle ragazze e ai ragazzi un'occasione preziosa per osservare il mondo e, nello stesso tempo, osservare sé stessi. Hanno imparato a distinguere ciò che è immediato da ciò che è fondato, a riconoscere i propri filtri interpretativi, a interrogare le parole prima di utilizzarle, comprendendo che ogni narrazione produce effetti sulla vita collettiva.

Hanno scoperto che la vigilanza non coincide con la diffidenza, ma con la cura; che la critica non è demolizione, ma costruzione; che la verità non è una meta definitiva, bensì un percorso che richiede metodo, onestà intellettuale e disponibilità a rimettere in discussione le proprie certezze. È in questo senso che il giornalismo si è rivelato per ciò che realmente è: un servizio civile, uno strumento per restituire alla comunità uno sguardo più consapevole, più nitido e più giusto.

Concludo questo progetto con la nostalgia felice di chi ha visto muovere i primi passi a giovani vite promettenti, colleghe e colleghi in nuce ai quali auguro di conservare sempre uno sguardo attento, curioso e costruttivo. 

Uno sguardo capace di riconoscere, anche nelle criticità, la possibilità di generare qualcosa di buono. Uno sguardo che sappia trasformare le difficoltà in domande, le domande in scelte e le scelte in opinioni espresse con educazione, consapevolezza e determinazione. È questa la maturità civile che si coltiva nel tempo e che permette di abitare il mondo con responsabilità e coraggio.

Alle studentesse e agli studenti, alla splendida professoressa Obinu, alla dirigente scolastica che ha sostenuto con convinzione questo percorso, va il mio grazie più sincero per un'esperienza che mi ha arricchita profondamente e che porterò con me.

A voi, lettrici e lettori, buona lettura.


Simona

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